«Se il patrimonio culturale non è solo un insieme di cose, ma è un insieme di cose e relazioni (passate, presenti e future) tra quelle cose e persone umane (vicine e lontane), allora le istanze di ascolto, giustizia, restituzione sono immanenti al patrimonio stesso». Così scrive Tomaso Montanari nella sua prefazione al libro di Maria Pia Guermandi, che – per la prima volta in Italia – affronta in modo sistematico la questione della restituzione dei beni culturali sottratti in epoca coloniale e oggi conservati nei musei occidentali: resti umani, reperti, opere d’arte.
Basandosi su una solida rassegna bibliografica e su una disanima approfondita dei passaggi normativi chiave – dalla Convenzione UNESCO del 1970 all’UNIDROIT del 1995 – il volume problematizza criticamente la tendenza a rimuovere, o quantomeno a marginalizzare, la questione delle restituzioni all’interno delle istituzioni museali occidentali, identificandola invece come un nodo strutturale – l’“elefante nella stanza” – che interpella tanto la legittimità storica delle collezioni quanto i presupposti epistemologici su cui si fonda il museo moderno.
Attraverso un approccio interdisciplinare che intreccia storia, politica, antropologia e diritto, l’autrice ricostruisce la genealogia del concetto di patrimonio culturale in ambito europeo, evidenziandone la connessione con i processi di espansione coloniale e con la formazione di narrazioni universalistiche. In tale prospettiva, il museo enciclopedico viene interpretato non come spazio neutrale di conservazione e trasmissione del sapere, bensì come dispositivo culturale implicato nella produzione e legittimazione di gerarchie di valore, fondate su asimmetrie di potere tra Occidente e contesti extraeuropei.
Non a caso un elemento centrale delle riflessioni di Maria Pia Guermandi riguarda la decostruzione della nozione di “universalità” del patrimonio, spesso invocata per giustificare la permanenza di oggetti acquisiti in condizioni di coercizione o disuguaglianza. L’autrice evidenzia come le istanze di restituzione, avanzate da Stati e comunità di origine, non si esauriscano in una rivendicazione proprietaria, ma configurino piuttosto una domanda di riconoscimento storico, politico e simbolico. In tal senso, la restituzione viene inscritta entro un più ampio processo di giustizia epistemica e di ridefinizione delle relazioni interculturali.
Particolare rilievo è attribuito alle pratiche e ai discorsi provenienti dalle cosiddette source communities, le cui prospettive contribuiscono a ridefinire i paradigmi di gestione del patrimonio culturale. Tali contributi mettono in discussione la presunta neutralità delle istituzioni museali occidentali, proponendo modelli alternativi fondati su principi di partecipazione, reciprocità e responsabilità condivisa. Ne emerge una concezione dinamica del patrimonio, inteso non come insieme statico di oggetti, ma come campo relazionale attraversato da istanze identitarie, politiche e morali.
Sul piano propositivo, il volume sollecita un ripensamento radicale delle pratiche museali, dalla trasparenza delle provenienze alla riformulazione delle narrazioni espositive, fino alla costruzione di nuove forme di cooperazione internazionale. La restituzione è così interpretata non in termini di “perdita” patrimoniale per le istituzioni occidentali, ma come occasione di rinnovamento etico e istituzionale, capace di ridefinire il ruolo dei musei in un contesto globale segnato da crescenti istanze di equità e inclusione.
Restituire. L’elefante nella stanza dei musei occidentali
di Maria Pia Guermandi
Nomos Edizioni
Collana Museologia Presente
Busto Arsizio 2026
